Profuma di erba e di terra, questa pioggia

Profuma di erba e di terra, questa pioggia
che bagna il mio viso, e gocciola dalle dita
come un’acquerugiola nel piovasco, un pianto
di rami spogliati e scuri, una danza
a solleticar questo argentato manto
che si china e s’appressa curioso, ad osservarci.

I tuoi passi leggeri sono punte d’onda
su questo selciato legato e spoglio,
curve di pensiero che s’aprono ad arco
orlate dalla grancassa del cielo
che in ogni goccia t’incorona lo sguardo
scivolando, leggera, come petalo colto.

Di ciò il mio cuore si colma, e
come la grondaia, tracima. L’emozione
fardello leggero dell’anima, s’imprime
di questa lacrima sublime e desiderata,
tua immagine cristallina di memoria,
che nell’alba primordiale di un sorriso
il cielo squarcia e nel mare scava un solco.

Di cultura e di mistero eri, Italia

Di cultura e di mistero eri Donna, vanto
per quei giovani amanti, poeti e cantori
che dei tuoi dogmi narraron ogni verso,
e d’uomini cui nome vessillo d’orgoglio
tra le tue braccia trovarono culla,
centro di questo lato prezioso d’universo,
bocciolo primaverile, d’impeto germoglio,
eri tu, di nome eterno e cuor fanciulla.

Lacere oggi le tue vesti, smagliate e tese
le voci che ti lodarono,  al profano arrese
tra preghiere e sangue dall’amaro sapore.
Dov’erano sorrisi, oggi, solo furti e pianto
e mendicanti a raccattar il tuo volto in fango,
prostituita alla mercé d’un falso amore
dei tuoi figli ascolti tacita lo spento canto
d’indegna rabbia per il tuo nuovo rango,
tra polvere e macerie di passate danze
nell’insaziabile fame di chi ti colse casta
ti sei trovata nuda nell’affrontar tragedia,
passo dopo passo a ritmar cadenze
tra moti d’anima di chi t’urlava Basta,
figlia distrutta da silenzio e dall’inedia.

Oggi le tue valli ed i tuoi monti guardo,
con speranza dissolta, e sorriso perso,
ed osservo le ferite che ogni sgarbo
han fatto a quel tuo cielo terso,
con occhi negli occhi di chi ancor ha speme
ma senza lavor né cibo, morte teme.

Alcun vuoto non colma questa nebbia

Alcun vuoto non colma questa nebbia
imperfetta, tra silenzi ed ovattati suoni
di moto e fruscii. D’onde di rimbalzo
s’ode il cinguettio, e frullar di fronde
epitome d’uno spettro tenuto per mano.

Un silenzioso compagno, pianto di cielo
chino a sussurrar timori, là dove lo sguardo
cede il passo al respiro umido e pesante
della terra, mareggiante di verde e grigio
che affonda l’anima fangosa di pensiero.

Nel celato orizzonte il profumo di brezza,
leggera, disegna orlati limiti al tempo,
scorgendomi seduto in questo silenzio,
con mani intrecciate all’erba ed alla bruma,
in questo oceano di idee, creste di pensieri
e ventri di polvere, da cui certo provengo,

ed altro non sono.

La donna violata

Il vento sferzava il suo viso. Il tiepido risveglio della primavera era già un ricordo lontano. Il calore della sua donna era svanito tra le sue mani, quelle mani che ora sanguinavano, la sua donna… il ricordo gli strinse il cuore, un solo istante, un eterno istante.

Il cielo era cristallino e silenzioso, il respiro sconnesso, ciocche di capelli di tanto in tanto si spostavano davanti allo sguardo, ma l’uomo che si stava arrampicando non badava al loro ondeggiante danzare distratto e sconnesso.

– Salire, devo salire, più alto, devo… più in alto –

I piedi si susseguivano freneticamente, inseguendosi, superandosi, senza sosta, senza una meta.

– Sassi, evita i sassi, attento a quella pianta, attento! –

La mente era annebbiata, le urla arrivavano al suo orecchio come sibili di serpenti, il dolore era lancinante, le ferite, quello scontro, tutto era così vivido nella memoria da lasciarlo quasi senza fiato, eppure il fiato era l’unica cosa che non doveva mancargli. La sua donna era svanita, tra le sue mani, violata ed abbandonata. Il calore era spento.

Dietro il valico c’era la salvezza, un rifugio, forse, o solo il tempo per rimettersi in forze e tornare… tornare per l’odio, per la vendetta… Ma quale vendetta? La sua donna svanita…

Iniziavano a pesare i pochi oggetti che aveva arraffato nella fuga, anche quel prezioso regalo del colore del fuoco sembrava essere una zavorra eccessiva… ma non poteva lasciarlo, era prezioso, doveva tenerlo, con tutto il resto.

L’aria era fredda, luminosa ed argentea come il sorriso diabolico dei leoni di montagna, di tanto in tanto macchie di neve si alternavano a ciuffi sparuti di cardi azzurri. Gli alberi s’inchinavano alla vetta, più bassi, più docili, più radi. Il vento penetrava diritto nell’anima, attraversava le ossa, asciugava le gocce di vita che alla luce del sole in rubini preziosi adornavano gli abiti di quell’eremita.

Si stavano fissando negli occhi da un inenarrabile tempo.

Il sole aveva disegnato un lungo ciglio di luce sul profilo della grande ombra, e la natura si stava risvegliando lentamente. Il cuore dell’uomo batteva forte, sapeva chi aveva davanti, ma non aveva paura, il suo corpo era guidato da un profondo e cieco battito di rabbia.

Era un cuore che ignorava quello che sarebbe accaduto dopo pochi istanti. Il volto della sua donna che lo fissava con occhi vitrei, con il ventre sporco di sangue, con le labbra stravolte in dolorosa espressione di terrore…

Il silenzio avvolgeva i loro sguardi.

Ad un certo punto l’uomo inizio ad avanzare, e fu allora che dalle sue spalle arrivo un fortissimo colpo tra le scapole. Vacillò, cadde su un ginocchio, mentre l’essere che gli era davanti sferrò un poderoso calcio che lo prese in pieno volto. Con le mani provò a parare un fendente, ma ci riuscì solo in parte…

Uno scatto adrenalinico lo fece rimettere in piedi, ancora stordito dai colpi subiti s’accorse che le ombre minacciose erano due, una terza si avvicinava come fiera vigliacca in attesa d’un brandello di carne scartato dagli aguzzini.

Brcollando, tirò un forte pugno all’ombra di destra, e roteò il bastone che teneva nella mano in direzione dell’altra.

Erano troppi, lo avrebbero ucciso, lo avrebbero ucciso, lo avrebbero ucciso…

– Correre, devo correre, salire più in alto, ancora di più.

Sentiva le voci del branco avvicinarsi a lui, suoni indistinti nell’aria rarefatta e nel cielo sereno.

Un sibilo, un fischio conosciuto e terrorizzante si avvicinò a lui. Nulla. Poi un altro, ancora più vicino, più forte, più agghiacciante. Nulla.

Poi d’improvviso il fuoco avvampare nella spalla. Un dolore così intenso e selvaggio da accecare la ragione, da fargli dimenticare chi fosse, dove fosse diretto. Tutto intorno ora era nebbia, tutto si fondeva nel colore bianco perla della neve, che già copriva ogni cosa…

Stava salendo, si, stava salendo, verso la salvezza, quel fuoco che colava lungo la schiena era nulla, solo un piacevole ristoro dal gelo che provava dentro. Nulla, correre, doveva correre, le voci erano lontane, sbiadite come la neve, come la nebbia che l’avvolgeva, come quel buio improvviso che lo aveva trovato ancora senza riparo, come il suo respiro che non sentiva più, come il primo fiocco di neve che toccò il suo viso senza evaporare…

Trascorse un infinito tempo, infinito, quando il ghiaccio del Similaun gli regalò ancora un raggio di sole. Continuava a correre, a fuggire da un tradimento, per raggiungere la libertà, la vendetta, da ora all’eternità.

Advolvĭmus

Eterea la nebbia che sale lieve
tra i profili d’orizzonte cremisi
d’immoti ricordi e di quei visi
che di malinconia il cor imbeve.

Fu all’ombra maestosa della pieve
su prati memori di passi e risi
e di noi, di quei versi che ammisi
nell’anima ammantati come neve

che si sciolse a quel sole velato
d’un giorno d’autunno lontano
aprendo il cor e lo spirto al cielo,

togliendo tra due volti quel velo
ch’impediva di tenerci per mano,
il primo dono per avervi amato.