In questa notte di ebano, di sospiri e d’anice

In questa notte d’ebano, di sospiri e d’anice

punterellata, al tuo volto rifuggo, memorie

di questo tempo sereno che mi avvolge

quando il tuo capo sul mio cuore sogna,

e di caprifoglio il tuo profumo inebria l’aria;

il silenzio e, al tuo esistere, il mio universo

s’inchinano, in un riverbero errante della Luna

sui profili delle tue labbra, in un rubato scorcio

d’ombre e tempo tra i tuoi seni, sulle tornite

e vellutate sensualità delle tue gambe,

nella tua essenza, dove giaciglio e fortezza

il mio spirito trova, e, protetto, riposa.

M’inebrio di questa stasi di stelle tra le tue braccia,

tu che di colore e sogno dipigni la mia esistenza,

e su tutto un cielo curioso e fanciullo avvolgi

muovi, sollevandomi sopra un mondo di foglie

verso sempre nuovi germogli d’Amore,

fino al culmine sereno e schietto del bordo

laddove un t’Amo sussurato, nel tuo viso

illumina, mentre dormi, un inaspettato sorriso.

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A.D. 732

Il lago taceva e l’aria era ferma, nuvole di vapore scaldavano le mani del messaggero.
Il cappotto pesante, le scarpe di pezza e cuoio, il volto emaciato dai giorni trascorsi all’addiaccio erano il suo biglietto da visita.
Il buon Erakles ferito dai predoni era stato abbandonato da troppo tempo per pensare ancora a lui, in quella zona paludosa e senza fine dove gli alberi erano l’unico orizzonte, e neppure le stelle riuscivano a mostrarsi dietro la fitta coltre di nubi.

Il sole mancava da giorni, ma forse c’era… si, forse c’era ancora.

Lo sguardo era rivolto a terra, a cercar radici, fughi o qualche bacca… qualcosa da poter metter nello stomaco per continuare a camminare. Ma quella terra era ostile non solo nella popolazione, ed il re dei franchi ancora così lontano.

La lettera, già, la lettera con quel simbolo strano, con quelle chiavi incrociate, così importante e da consegnare al Re, era per questo che doveva camminare, per il volto di Cristo, per il suo splendore. Così gli era stato detto. Eppure quel Dio dov’era ora? Il Dio capace di sfamare migliaia di ebrei nel deserto dov’era ora che lui aveva bisogno? Sarebbe bastato un buon fungo, qualcosa…

Rumori sospetti, scricchiolio di foglie. Immediatamente si nascose nel folto della vegetazione. Il respiro fermo, il cuore immobile. L’attesa.

Dal cespuglio uscì una figura, una giovane donna che raccoglieva della legna.
Restò immobile.
Lei si avvicinava. No, non doveva… non poteva vederlo… eppure…
Il vento scosto quelle foglie, dita divine che alzarono il sipario d’erba e fronde, lasciando i due occhi negli occhi. E l’incrocio degli occhi fu solo d’un istante. Nulla più. Un rapido istante che fu sufficiente a capire.

Lei non si spaventò. Restò ferma. In attesa. Sospesa nello sguardo di lui. Lui s’alzò in piedi, mostrando la sua figura gracile e provata. Gli occhi si fissarono ancora. L’istante divenne secondo. Il secondo minuti. Il tempo cessò di correre.

Come fosse un animale ferito lui si avvicinò titubante. Tese la mano, senza volerlo fare… Le lingue erano diverse. Gli abiti erano diversi. Erano nemici. Nemici d’esistenza, la stessa che li aveva fatti incontrare, la stessa che li separava.

Lei porse del pane. Lui lo prese, e ne mangiò subito una parte, il resto lo mise via, svanito sotto il mantello pesante.

Allungò ancora la mano verso quel volto perlaceo, ma lei si tirò indietro intimorita. La mano tesa cadde nel vuoto.

Fu un sorriso, quel grazie taciuto, nell’immensità di smeraldo e cielo che s’abbracciavano nell’ovattato silenzio di quel bosco, al limitare delle sponde del lago Gerundo.

E fu così che mentre s’allontanava, le lacrime di gioia, nostalgia ed incanto si mischiarono ad i primi fiocchi di neve.

Era il regno di Liutprando, nel giorno 20 del mese dodicesimo dell’anno del signore 732

Come foglie secche al vento

Come foglie secche al vento
corpi, oggi liberi di abbandonare
quei rami senza radici né tempo,
con piedi incerti nel fango
avanzano, teschi incavati di vita
dissipata, tra baracche ed estinti.

Profuma ancora di lutto la neve.
Sedetevi, raminghi, ed ascoltate
quelle ceneri sparse al cielo,
che in pioggia e sangue eterne
nei cuori della memoria sedimentano.

[27 Gennaio 1945 – Liberazione di Oświęcim da parte dell’armata russa]

Come cenere su ciottoli arrotondati

Come cenere su ciottoli arrotondati
stratifica dopo aver illuminato la notte
ed essersi abbandonata al cielo,
suadente amante di zefiro e stelle,
i ricordi d’una vita sul cuore smussato
dal tempo e dalle intemperie,
strato su strato scaldano il battito,
abbracciano l’anima, avvolgono
il corpo debole alla memoria.
Non v’è un canto adunco nella mia sera,
poiché ciò che il corpo impone
la mente non trattiene,
e come polvere d’una visione
m’aggrappo al fruscio di fronde,
al vento tra i capelli, agli occhi
di chi illumina ancora il buio,
ed al cielo tendo ed aspiro,
laddove battito più non sento
ma Amore puro giace ed attende.

Come cipria sulle tue gote
il mio animo s’adagia leggero,
come un bacio, un fremito d’ali
un sottile velo di memoria
che di me ha fatto essenza
ed in te prezioso ricordo.