A.D. 732

Il lago taceva e l’aria era ferma, nuvole di vapore scaldavano le mani del messaggero.
Il cappotto pesante, le scarpe di pezza e cuoio, il volto emaciato dai giorni trascorsi all’addiaccio erano il suo biglietto da visita.
Il buon Erakles ferito dai predoni era stato abbandonato da troppo tempo per pensare ancora a lui, in quella zona paludosa e senza fine dove gli alberi erano l’unico orizzonte, e neppure le stelle riuscivano a mostrarsi dietro la fitta coltre di nubi.

Il sole mancava da giorni, ma forse c’era… si, forse c’era ancora.

Lo sguardo era rivolto a terra, a cercar radici, fughi o qualche bacca… qualcosa da poter metter nello stomaco per continuare a camminare. Ma quella terra era ostile non solo nella popolazione, ed il re dei franchi ancora così lontano.

La lettera, già, la lettera con quel simbolo strano, con quelle chiavi incrociate, così importante e da consegnare al Re, era per questo che doveva camminare, per il volto di Cristo, per il suo splendore. Così gli era stato detto. Eppure quel Dio dov’era ora? Il Dio capace di sfamare migliaia di ebrei nel deserto dov’era ora che lui aveva bisogno? Sarebbe bastato un buon fungo, qualcosa…

Rumori sospetti, scricchiolio di foglie. Immediatamente si nascose nel folto della vegetazione. Il respiro fermo, il cuore immobile. L’attesa.

Dal cespuglio uscì una figura, una giovane donna che raccoglieva della legna.
Restò immobile.
Lei si avvicinava. No, non doveva… non poteva vederlo… eppure…
Il vento scosto quelle foglie, dita divine che alzarono il sipario d’erba e fronde, lasciando i due occhi negli occhi. E l’incrocio degli occhi fu solo d’un istante. Nulla più. Un rapido istante che fu sufficiente a capire.

Lei non si spaventò. Restò ferma. In attesa. Sospesa nello sguardo di lui. Lui s’alzò in piedi, mostrando la sua figura gracile e provata. Gli occhi si fissarono ancora. L’istante divenne secondo. Il secondo minuti. Il tempo cessò di correre.

Come fosse un animale ferito lui si avvicinò titubante. Tese la mano, senza volerlo fare… Le lingue erano diverse. Gli abiti erano diversi. Erano nemici. Nemici d’esistenza, la stessa che li aveva fatti incontrare, la stessa che li separava.

Lei porse del pane. Lui lo prese, e ne mangiò subito una parte, il resto lo mise via, svanito sotto il mantello pesante.

Allungò ancora la mano verso quel volto perlaceo, ma lei si tirò indietro intimorita. La mano tesa cadde nel vuoto.

Fu un sorriso, quel grazie taciuto, nell’immensità di smeraldo e cielo che s’abbracciavano nell’ovattato silenzio di quel bosco, al limitare delle sponde del lago Gerundo.

E fu così che mentre s’allontanava, le lacrime di gioia, nostalgia ed incanto si mischiarono ad i primi fiocchi di neve.

Era il regno di Liutprando, nel giorno 20 del mese dodicesimo dell’anno del signore 732

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3 commenti su “A.D. 732

  1. ombreflessuose ha detto:

    Un racconto incentrato su un incontro che lascia allo sguardo e al cuore di chi legge delicatezza e bellezza,
    Nomi e luoghi che hanno il sapore di una favola ma che sono reali e lontani dal nostro tempo
    Caro RiV, sei davvero bravo e fai…sognare
    Un abbraccio
    Mistral

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