Per folias murmurare

Fruscia un fringuello tra le foglie
dolcemente intona il suo canto
colmando il cuor ch’acuto ricoglie
quelle note d’amor oppur di vanto.

L’ultimo raggio nei vespri distoglie
quel barlume d’un rubino rifranto
che nel silenzio il guardo raccoglie
dell’astro dormiente l’ultimo pianto.

E pria che Luna ti baci il volto,
ricordi bevo dall’inchiostrato lago
che’l tempo nell’anima ha creato

e nella spuma d’un eco ritorto
che sussurra il tuo nome, io vago
d’amore cercando l’amor Amato

Di questa materia che ci svela

Di questa materia che ci svela al mondo,
il tuo sguardo non fermare all’opaco
della polvere che la ricompre, come manto,
ma nelle profondità sforza il tuo passo,
poiché di ogni cosa la sostanza giace
nel celato scrigno che l’involucro trattiene,

e così come la coltre di nubi cela il cosmo,
solo nell’anima scorgi dell’uomo l’infinito.

Rammenti quei giorni in cui

Rammenti quei giorni in cui,
seduti in uno spiraglio d’ombra
d’un giorno assolato e arso,
parlavamo dei sogni
e del mondo, cercando un punto di contatto,
tra l’essere ed il sembrare, tra il figlio di Ipno
e di Apollo il divino carro.
E tu, che le scrivevi digitando rapido,
ed io che ridevo scuotendo il capo,
sapendo e sperando,
guardando il mondo che scorreva
fuori da quello spiraglio d’ombra,
e sussurrandoti  cosa ti perdevi,
lasciando all’immaginazione
quel circo allegro che passava,
tra ragazzini che come baraonda
trasformavano in circuito il lungolago,
e bambine che  rincorrevano
cigni ed anatre sul bagnasciuga.

Rammento quei giorni,
Giorgio,
profumati del seppia sbiadito dei ricordi,
di me e di te seduti su quella panchina,
a parlar di foglie dondolanti come sogni,
e di fantasie concrete come unicorni,
mentre il mondo fuori
scorreva lento, ed a tratti veloce
cerando di distrarci
con il suo attraente arcobaleno
che nel quotidiano d’oggi
più non inseguiamo.

Come un refolo di vento arriva

Come un refolo di vento arriva,
improvviso ed inatteso,
ad impregnar l’aria ed il respiro,
il tuo profumo,
e sorgivo un torrente in petto
dirompe, sull’acciottolato tondo
e rilucente d’emozione
a galoppar dritto verso il cuore,
che del bordo il colmo,
di te, mai raggiunge.

Arriva impensato,
da un dove che non immagino,
forse distante, oltre tempo,
oppure prossimo, cullato dal palmo
d’una mano che nella mano
prigioniera e libera,  non ti dimentica.
E lo sento danzare nell’aria,
girar in vortici ritorti e preziosi,
brillar nel sole e tra le nubi,
fino all’attimo in cui,
avvolgendomi, mi consola.

Così, nei momenti in cui ti penso,
e le parole si sciolgono del significato,
si confondono, piovendo a terra vuote,
come viaggiatore nel tempo
giungi, in un refolo di vento,
a rammendar i ricordi,
ricucendo i significati,
giungi tu
a colmare le  parole,
come se prima d’ora mai avessi scritto,
come se prima d’ora mai avessi parlato
giungi tu
ad accecare il mio silenzio.

Mormorano le foglie del noce

Mormorano le foglie del noce, mosse dal vento,
un storia lunga e complessa, di sorrisi
e di fantasie legate al dondolio del tempo.

All’ombra di quel gigante di legno e vita
mi corico con i miei pensieri a farmi da guanciale
ascoltando le sue storie come quando
la voce di mio padre mi faceva addormentare.

E bambino mi ritrovo a correre sull’erba,
quella che non ho mai visto,
verde e morbida, umida e profumata,
rincorso da raggi di sole, e dalle rondini.

Il Noce m’osserva e per un attimo tace,
come se il vento non fosse più la sua voce,
ma la mia, lontana e profonda, a confondersi
nelle trame dei rami e dei ricordi.

Ascolto, ancora un po’ quella storia,
sento il sapore della malinconia rigarmi le guance
e brillare a questo sole estivo che mi scalda…
ed è la voce di mio padre a farmi addormentare.