Non chiederci chi cerca d’infiniti mondi

Non chiederci chi cerca d’infiniti mondi
porte malchiuse, spiragli di cielo:
è una folata di vento quel volo,
un destinato a disperdersi affanno.

Le menti che navigano peregrine
su acque chete di oceani solitari
seguono, d’un raggio cangiante, la rotta
che della destinazione l’orizzonte cela.

Dei nostri pensieri non domandarci
le lacere sembianze, dove le parole
mal s’adattano alla luce e i suoni
sono solo echi di un estroso silenzio.

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#3

Che poi già lo so che sarà domani il giorno in cui mi renderò conto d’Amarti più di oggi.

Di questa materia che ci svela

Di questa materia che ci svela al mondo,
il tuo sguardo non fermare all’opaco
della polvere che la ricompre, come manto,
ma nelle profondità sforza il tuo passo,
poiché di ogni cosa la sostanza giace
nel celato scrigno che l’involucro trattiene,

e così come la coltre di nubi cela il cosmo,
solo nell’anima scorgi dell’uomo l’infinito.

Lettera dalla Trincea

Mia dolce Lucilla,

la notte è lunga, come lungo è il giorno. S’attende. S’attende il sibilo, lo schianto, e poi ancora il silenzio. S’attende il giorno, la notte, s’attende mentre si dorme. Alla fine ci si abitua, all’attesa, ci si adatta a tutto, come la polvere.

Di notte qualche volta si vedono le stelle, quando non è nuvolo, e con i compagni si osserva il cielo, tacitamente sperando. In quelle notti è la Luna che fa paura, quando è buio fondo, è lei a renderci le ombre.

Ricordo.

Era una pioggia battente, di ferro e schegge. Non si pensava, si stava all’erta in quei momenti, si respirava l’aria di chi ti era a fianco, ed in lui si riponeva ogni speranza, senza pensare che lui faceva la stessa cosa con noi. E poi ancora quella pioggia di ferro e schegge, e filo spinato e sabbia come scudi, e tutta l’immobilità della natura davanti la nostra follia.

E non si pensa mai a Lei, alla morte. E’ Lei che pensa a noi, la vedo aggirarsi tra i miei compagni con quella brama possessiva di macabra amante.

Così chiudo gli occhi e penso a te, a noi due, ai baci, alla rosa che mi hai regalato quando sono partito, al profumo che abbracciava la promessa di un bacio. E’ quella promessa che non mi fa piangere, non mi fa impazzire. E’ il suo profumo a permeare l’aria e coprire…

Ti scrivo un ultima volta mia Amata, della guerra, per dirti che non ti scriverò più. Il mio plotone è stato decimato, ho avuto fortuna, oggi. La storia è troppo lunga per un uomo, e sono stanco. E poi, c’è anche tempo per un poi?, non posso scriverti più della guerra. Di questo mondo di sangue e carne, di pozzi di morte, di odore acre ed aspro, di amici riversi abbandonati al freddo della notte, al sole del giorno, alle mosche ed ai vermi. Perché anche con tutte le parole del mondo non ti direi che un angolo di questa guerra, e tu che leggi proverai un brivido lungo la schiena, per poi dimenticare.

O almeno questo spero e questo prego.

Tuo, Alberto.

[Nata dalla raccolta di pensieri sciolti, una breve serie di “Cronache dalla Trincea” rielaborate e scritte a Lettera. Puramente di fantasia, nasce dopo la visione di vari documenti/testi/foto/documentari storici sulla prima e sulla seconda guerra mondiale. Ho volutamente eliminato alcuni bellissime storie di “veri” reduci per non appropriarmi di emozioni e parole non mie]