Forse è un fruscio che passa
tra le stanze vuote,
lascia impronte di vento
tra pagine piegate sul tavolo.
Ha fame di silenzi,
di mani che si cercano
nell’ombra dei cortili,
di voci che si spengono
come lampade al mattino.
È dissonanza, sì,
una fenditura nel muro,
ma anche memoria:
un canto che ritorna
da lontananze perdute,
la luce che si allarga
tra due lampioni spenti.
E quando lo accetti,
non è universo soltanto:
è il senso che si compie nell’attesa
di un volto che non smette
di tornare.