Ho posseduto l’intero orizzonte
e l’ho deposto, esausto,
come frutto che marcisce
nell’eccesso della sua maturità.
L’orologio, meccanico impostore,
mi ha illuso con minuti effimeri,
mi ha sottratto vigore quando
già conoscevo la gravità d’ogni respiro.
La vita è uno spettro
che si specchia cercandosi senza riflesso:
nell’attimo sospeso ogni cosa si compie,
ma basta un alito a dissolvere l’equilibrio.
I miei sorrisi furono veli,
maschere intessute di lacrime sottili.
La gioia, un giorno solo; gli altri,
crepuscoli dove la tristezza si fa canto.
Io dimoro nell’ovvio,
nell’ombra che non eccelle.
Eppure scrivo: ché la parola,
tradita e ferita, si ostina a fiorire
come rosa notturna
nel giardino del disincanto.