È il gesto prima dell’intenzione
ciò che attendo:
una mano tesa
appoggiata all’orizzonte,
il rintocco d’ora
di un orologio fermo.
Forse è questo abbraccio
che cristallizza in fiamma.
Una stanza vuota dove, io,
migratore senza nome,
rompo il silenzio
come un bocciolo che tenta
le crepe del sole.
Il confine si sfalda
ed emerge il mio volto:
un quadro di creta
bruciato dal tempo,
fessurato dai silenzi
delle parole rimaste a metà,
esposto al vento
di una cornice vuota.
Mi perdo nello specchio.
Il mio nome risuona,
eco di un errore divino.
Cerco un frammento di luce,
fino a te,
dove mi riconosco.