Osservo il cielo notturno
e mi lascio cadere
in questo abisso stellare.
Tra una luce e l’altra
il silenzio trattiene
il suo caos di frantumi e nascite,
come se tutto accadesse
senza rumore.
È quel vuoto che preferisco:
il nero che mi scioglie,
che scivola via
come sabbia dalle dita.
E allora penso,
in questa pace che non chiede nulla,
in questa assenza che non pesa,
che proprio qui
— nel punto più muto —
si alza, ostinata,
la nostra voce.