L’assoluto

Se fossi ciò che sfiora l’assoluto,
quell’eco remota che a volte ti circonda,
non resteresti nei miei occhi,
ma scivoleresti come una certezza.

Mi dedico alla lieve incrinatura
che solo a me si svela,
come un segno lasciato dal vento
su una pietra qualunque.

Nel tuo difetto trovo un appiglio,
una promessa minuta
che resiste al frastuono
del mondo che si disgrega.

Se fossi intatta,
saresti un miraggio d’aria,
troppo alta per il mio passo.
Così invece resti,
con la tua asimmetria che chiama,
una soglia che non si chiude
e da cui filtra,
ostinata,
una possibilità di luce.

Nodi di pietra

Non è chiaro se la vita sia un andare,
un dormiveglia, o il lento svolgersi
di un disegno che non mostra il suo centro.
La capisci solo a ritroso,
quando il varco è già alle spalle.

Il senso vacilla, si sfalda.
Restano i nodi, le presenze
che resistono al frastuono.

Tu, tra le cose che contano,
sei quella che non trova spiegazione,
come un segno lasciato dal mare
sulla pietra più arida.

La vita non si possiede:
si consegna.
Ciò che trattieni si consuma,
ciò che doni resta.

E io resto
nel dono che ti faccio.

Sfaldamento muto

So di essere crollato: non serve
evidenza. Basta il fruscio
della polvere che mi tiene in forma,
come certi muri che reggono
per abitudine, non per forza.

Gli occhi si velano — non è pianto,
è solo il mare che preme
dalle sue fenditure
e non trova varco.

Non conviene lasciarlo uscire:
il mondo giudica in fretta
ciò che non comprende.

Così resto in piedi, o fingo.
Come fanno tutti,
tra fondamenta che cedono
e un cielo che non dà risposte.