Sei giunta da lontano,
da un luogo che non ha nome
e che nessuna memoria ricorda.
Arrivata come luce
che filtra tra le foglie,
senza rumore,
per cambiare ogni cosa.
Ti ho stretta, accolta
come si accoglie l’acqua:
tremando un poco,
sapendo di non poterti trattenere.
Ogni giorno sei andata oltre il nostro passo,
verso un domani che non ci appartiene
e che pure ci chiama
come una promessa che non osiamo dire.
Così sei divenuta il varco
dove la vita si rinnova.
Guardandoci.
E nel tuo sguardo impariamo la resa,
la forza,
la dolcezza che non chiede.
Sono domanda pura,
risposta che non possediamo.
A volte vorremmo proteggerla nel cuore
come si chiude un segreto prezioso,
ma la vita ti vuole in cammino,
oltre il nostro timore,
oltre la nostra ombra.
E allora diventiamo archi,
piegati e fieri,
perché il tuo volo sia libero
e non somigli al nostro.
Essere tuoi genitori è questo:
amare senza misura
e non trattenere,
vegliare senza catene,
benedire senza pretendere.
È restare sulla soglia
mentre avanzi,
e sentire che il mondo, per un istante,
si salva nel tuo solo passo.
E nei tuoi occhi mi domando:
sei il nostro futuro o il futuro del mondo?
A me infine il compito più dolce e più duro:
amarti abbastanza da lasciarti andare,
e abbastanza profondamente
da restare.