Figlia

Sei giunta da lontano,
da un luogo che non ha nome
e che nessuna memoria ricorda.
Arrivata come luce
che filtra tra le foglie,
senza rumore,
per cambiare ogni cosa.

Ti ho stretta, accolta
come si accoglie l’acqua:
tremando un poco,
sapendo di non poterti trattenere.
Ogni giorno sei andata oltre il nostro passo,
verso un domani che non ci appartiene
e che pure ci chiama
come una promessa che non osiamo dire.

Così sei divenuta il varco
dove la vita si rinnova.
Guardandoci.
E nel tuo sguardo impariamo la resa,
la forza,
la dolcezza che non chiede.
Sono domanda pura,
risposta che non possediamo.

A volte vorremmo proteggerla nel cuore
come si chiude un segreto prezioso,
ma la vita ti vuole in cammino,
oltre il nostro timore,
oltre la nostra ombra.
E allora diventiamo archi,
piegati e fieri,
perché il tuo volo sia libero
e non somigli al nostro.

Essere tuoi genitori è questo:
amare senza misura
e non trattenere,
vegliare senza catene,
benedire senza pretendere.
È restare sulla soglia
mentre avanzi,
e sentire che il mondo, per un istante,
si salva nel tuo solo passo.

E nei tuoi occhi mi domando:
sei il nostro futuro o il futuro del mondo?
A me infine il compito più dolce e più duro:
amarti abbastanza da lasciarti andare,
e abbastanza profondamente
da restare.

Ode al mio corpo e alla mia visione

O poeti, custodi delle fenditure dell’anima,
voi che udite il passo segreto della luce
mentre scivola tra le foglie,
voi che fate del silenzio un varco,
ditemi: è qui il mio sangue,
è qui la soglia dove l’invisibile prende fiato?

Piango sul corpo che porto,
su questa materia che mi regge e mi frena,
sulle ferite — nude, di carne —
alcune chiuse in un pallore di luna,
altre ancora vive, come sillabe che bruciano.
Le tocco: sanno di tempo,
di ciò che non torna e pure resta.

Corpo cucito, inciso, ricomposto,
tu non sei difetto né guasto,
ma archivio che pulsa,
pagina dove la vita ha inciso il suo passo.
Mi hai dato occhi per l’invisibile,
lacrime per l’Amore,
risa leggere come vento d’estate,
e la fragile ostinazione
di restare umano.

Ora ti ascolto:
ogni cicatrice è un nome,
ogni limite un’apertura,
ogni dolore un segnale che indica altrove.
La voce che oggi mi attraversa
non nasce da te,
ma senza di te non avrebbe terra.
È un altrove che prende corpo,
che si fa carne soltanto passandoti.

Per questo ti contemplo, corpo mio:
sei peso e rivelazione,
sei la mia storia che respira,
sei il punto dove il visibile si incrina
e lascia filtrare la luce.
In te si toccano la ferita e il chiarore,
la carne e la parola.
E in quell’istante sospeso
io prendo forma.

Amore che non so nominare

Ti amo in quel modo che non brilla,
dove le cose tacciono e pure hanno luce,
come un seme che non fiorisce
ma custodisce un giardino intero.

Così, mentre il mondo passa,
mentre la notte sbatte le sue porte
e qualcuno ride di noi senza vederci,
noi siamo altrove,
ad un’altezza che non ha sole
ma lo inventa.

Ti amo come chi ha combattuto troppo
e trova pace solo nel tuo respiro,
come chi porta una ferita
che non vuole guarire
perché è la prova che vive.

Ed è amandoti dove la mia voce inciampa,
la pelle si accende,
gli alberi si mettono in cammino
e il tempo si slaccia dai polsi.

Divento acqua,
divento strada,
muto in ciò che non so dire.

Eppure ti amo anche quando la tua assenza
pesa più del tuo corpo addormentato,
quando svolto un angolo
e so che non verrai,
quando il tuo nome mi attraversa
come un esercito senza passi.

Ti amo così:
con la paura e il coraggio,
con la memoria e il suo contrario,
con la vertigine che c’è nel vederti arrivare
e continua a tremare
anche quando chiudi gli occhi
nel mio sonno.

Non so amarti altrimenti.
E forse non serve.

Cascate di te

Sei la caduta dell’acqua,
il silenzio che precede ogni parola.
Nel fondo, la gola della terra
inghiotte ogni stella,
come se l’origine avesse ancora fame
di me, del mio nome.

Il tuo sguardo — un lampo verso il cielo —
apre una fenditura nel giorno
e mi consegna alla mia stessa luce.

Tu sei il varco che trema,
la materia che si ricuce
nell’attimo in cui ti riconosco.

Porti il mio respiro nel tuo,
un ritmo che inciampa e riparte,
eco che non vuole spegnersi.

E quando il cielo si incrina
in un rovescio di costellazioni,
sei il morso che crea e divora,
il germoglio che sfida il gelo,
la brace che arde sotto la neve.

Sei la mia forma possibile,
quella che ritorna a me
solo passando attraverso te.

Mosaico

Sono fatto di frammenti:
tessere minute che mi compongono
e mi graffiano.
A volte credo di averne perdute alcune,
ma non è possibile:
perdere una tessera
sarebbe perdere il volto.

Si può solo coprire,
spingere un pezzo sotto un altro,
lasciarlo tacere.
Rimane lì,
in attesa che qualcuno
lo riporti alla luce.

Così mi sento:
un mosaico incrinato
che da lontano
ritrova una forma.
Un vuoto che pesa,
pieno fino all’orlo,
assoluto.