Non sono i pini abbracciati dal sole,
ma un frutto acerbo sospeso al ramo –
lo colgo, e già marcisce tra le dita,
linfa amara che scivola nel pozzo
– cuore muto naufragato.
Sono i miei passi a scavare l’orizzonte,
mentre il vento ne cancella il segno.
Ogni vetta è l’ombra d’un chiodo
trafitto respiro – polvere di voli
rinchiusa in una gabbia di radici.
Il cuore è una foglia impaniata
nella rete dei suoi stessi pensieri,
e pulsa come ramo sferzato dalla notte,
mentre la luce — amore senza pietà —
si ritrae in un sorriso d’orizzonte.
Sono il ladro che accende lanterne
per bruciare i propri rifugi.
Ogni conquista è un’onda che si ritira,
un nome scritto sulla rena
destinato a svanire nella spuma.
Eppure salgo la scala dei miei vorrei,
ogni gradino – un chiodo nella carne.
In cima trovo lo specchio del vero:
splendore muto, abisso che mi somiglia,
e il mio volto è già maschera altrove.
Fino a quando, domani,
il sole si lascerà sbucciare
con dita di spine? Il giorno svanisce.
Ed io un uccello che beve
dalla pozza dove annega.